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giovedì, 5 Aprile, 2018
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Cacao estinzione dal 2020, la crisi

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Cacao estinzione. Complice la moda scoppiata tra i consumatori asiatici, i prodotti a base di cioccolata sono sempre più richiesti, ma il futuro della pianta è a forte rischio per colpa dello sfruttamento eccessivo e dei cambiamenti climatici. Eppure c’è chi è pronto a ripartire, offrendo un nuovo modello di coltivazione. Come i contadini della Serra do Padeiro in Brasile, che sono riusciti a superare un gravissimo attacco di bioterrorismo che ha decimato i raccolti

 

Cacao estinzione. Più domanda e più inisidie, futuro in bilico

di Daniela Frechero e Monica Pelliccia
Roma – È iniziato il conto alla rovescia per le persone che amano il cioccolato. Orologi puntati sull’anno 2020. Quando un possibile deficit di produzione di cacao potrebbe colpire molti palati. Il primo allarme è stato lanciato alla fine del 2014, a partire da un’analisi di mercato realizzata dalla multinazionale Barry Callembaut. Ma che ci siano dei problemi, complici gli andamenti climatici nella zona equatoriale del pianeta, lo si è visto anche negli ultimi anni. I dati della produzione e del consumo arrivano con un paio di anni di ritardo, così quelli più recenti sono della campagna agricola 2012-2013 firmati dall’Icco (International cocoa organization) e evidenziavano un calo del 3,7% della produzione mondiale (3,9 milioni di tonnellate) con un deficit di approvvigionamento di 160mila tonnellate. Il cacao, insomma, già inizia a mancare mentre i consumi, complici Brasile, Cina e India dati nei primi cinque mercati del comparto nel 2018, stanno crescendo con incrementi a due cifre. In Cina, per esempio, si prevede una crescita del 5% annuo fino al 2018, Cina verso cui l’Italia è il maggior espostatore di cioccolato. Il valore del settore secondo una ricerca di Euromonitor International passerà dai 110 miliardi di dollari del 2012 (3,09 miliardi il fatturato in Italia) ai 123,6 miliardi del 2018 (+12%).

cacao estinzione: il grafico dei consumi

Cacao estinzione dal 2020, la crisi 1

cacao estinzione: il grafico dei consumi

Ma il futuro del cacao si prospetta davvero così nero, nel 2020 non ne troveremo più in giro? “Il 2020 è stata una forzatura, è una notizia che le persone che lavorano in questo settore non prendono troppo seriamente”, assicura Pamela Thornton, analista del mercato del cacao. Ciò però non toglie che i prossimi anni saranno densi di incognite per “il cibo degli dei”. “Il 2015 è stato segnato dal fenomeno climatico El Niño in Ecuador ed Indonesia e stiamo notando un clima più secco del normale in Africa Occidentale. E’ possibile che vedremo una carenza di cacao abbastanza sostanziosa, supponiamo di 250.000 tonnellate, la più alta in vari anni mentre la domanda cresce al ritmo di un 2% annuale”, aggiunge Thornton.

L’avvenire di questo frutto insomma non è segnato, ma si presenta come un rompicapo tra rischi legati alla variabilità climatica esasperata dal riscaldamento globale, all’incremento del consumo nei popolosi paesi asiatici, a cominciare da India e Cina, e la transizione verso nuovi modelli di produzione attualmente in via di affermazione in Brasile.

 

Cacao estinzione – El Niño bussa alle porte dell’Ecuador

di Daniela Frechero e Monica Pelliccia
MANABI’ – Guardando a ovest, lungo la linea dell’Equatore, il pericolo per il futuro del cacao viene dal mare. Si tratta de El Niño, fenomeno atmosferico causato dal riscaldamento degli oceani, che genererá piogge e siccità anormali durante il prossimo trimestre e che sta tenendo sulle spine a gran parte dei produttori di cacao equadoriani. Come Servio Pachard, coltivatore da quattro generazioni, originario della zona di Manabí, situata nel centro-ovest del paese. Nei suoi boschi centenari, dove il cacao convive in armonia con papaie, avocado e vari tipi di frutta tropicale, Servio produce il cacao organico To’ak, considerato dalla rivista Forbes, come il più caro al mondo; 260 dollari (240 euro) per cinquanta grammi.

“Sta arrivando El Niño. Secondo le previsioni sarà simile a quello del 1997, la crisi peggiore che abbia mai vissuto”, dice Servio passeggiando per il bosco, schivando gli alberi che filtrano la luce attraverso le foglie. “A volte pioveva ventiquattro ore al giorno, nessuna pianta resisteva perché non c’era sole. E’ stato molto grave per i produttori, ci hanno messo i tra cinque e sette anni per riprendersi”

Secondo i meteorologi dell’Istituto Nazionale di Meteorologia e Idrologia, Inamhi, El Niño colpirà il paese con piogge due volte superiori alla media durante tutto il primo trimestre del 2016, in particolare tra febbraio e marzo. “Il 2015 è stato uno degli anni piú caldi della storia – dichiara Raúl Mejia, coordinatore dell’Inamhi – il cambio climatico intensifica gli eventi naturali estremi a livello mondiale, come El Niño. Se nei prossimi cinquant’anni la temperatura aumenterà di altri due gradi vedremo il collasso della natura”. I danni previsti causati da questo fenomeno riguarderanno possibili inondazioni nelle coltivazioni e difficoltà nella distribuzione del prodotto. L’Associazione nazionale di esportatori di cacao, Anecacao, stima che potranno esserci perdite di 40.000 tonnellate di cacao a causa de El Niño.

Il riscaldamento globale per i coltivatori della zona di Manabí non siginifica solo fenomeni estremi come El Niño. Si tratta di un nemico che è ormai entrato a pieno titolo nella loro quotidianità. I cambi di temperatura hanno trasformato le stagioni e creato grandi escursioni termiche.

“Il freddo che fa durante la notte uccide i piccoli frutti di cacao- spiega Servio – queste temperature così basse generano un microclima che favorisce la proliferazione di malattie”.

Servio parla molto del cambio climatico anche nell’organizzazione di cui fa parte, la “Rete dei guardiani di semenze”, che lavora per preservare i semi locali in pericolo di estinzione. Fino ad oggi ne hanno raccolto più di duecento tra fruttali, leguminose e cereali. Alcuni contadini preferiscono non pensare a El Niño, mentre altri, come Servio e buona parte dei suoi vicini, hanno già preparato i canali di drenaggio per evitare le inondazioni e controllare l’umidità che potrebbe favorire lo sviluppo di malattie come la Vassoura de bruxa e la Monilla.

“I miei bisnonni iniziarono a coltivare la varietà nazionale di cacao di fino aroma. Questo è il sapore della mia infanzia e si riconosce per il suo sapore dolce, perché contiene fino al 17% di saccarosio”, dice Pachard aprendo un frutto di cacao con un machete, per mangiare la polpa bianca che si trova al suo interno. “Anche questa varietà è minacciata. Visto che in molti preferiscono cloni, innesti di differenti varietà di cacao che danno eccellenti risultati in termini di volume e resistenza alle malattie ma non di qualità. Qui le persone sono restie verso i cloni. Attraverso delle analisi abbiamo incontrato nelle nostre fattorie del cacao 100% nazionale che stiamo moltiplicando per darlo ai produttori. Questa è la nostra carta di presentazione”.

Più al sud di Manabí, nelle vicinanze della cittá di Guayaquil, cuore economico dell’Ecuador, si trovano gli agricoltori dell’Unione delle organizzazioni di coltivatori di cacao dell’Ecuador, Unocace.

“Utilizziamo i cloni di cacao di fino aroma, innesti proporzionati dall’Istituto nazionale di investigazioni agricole e zootecniche, ottenuti incrociando le varietà di cacao fino aroma più resistenti alle malattie”, dichiara Freddy Cabello, referente di questa associazione che riunisce più di mille agricoltori con certificazione organica della regione. “Stiamo rinnovando le nostre piantagioni per assicurare il futuro del cacao e prepararci per l’arrivo de El Niño”.

Piogge leggere, accompagnate da molto calore ed umidità, stanno già bagnando i campi dei coltivatori di cacao ecuadoriani che guardano il cielo e aspettano “il bambinello”. Fenomeno che i meteorologi annunciarono più di un anno fa e che adesso sta per liberare la sua forza.
reportage realizzato con il contributo del Centro Europeo di Giornalismo, Fondazione Bill & Melinda Gates e Oxfam Italia

 

Cacao estinzione – Tra le minacce anche la nuova fame dell’Asia

di Daniela Frechero e Monica Pelliccia
MUMBAI – Passando dal cacao al cioccolato, direttamente dall’altro lato del globo terrestre, si trovano i nuovi e probabilmente insperati, consumatori. Come Rekha Pawao, professoressa di 24 anni che lavora nel suburbio di Navi Mumbai. Dove 50.000 persone vivono in baracche, piccole case di lamine o di costruzione che misurano un massimo di cinque metri. Lei compra normalmente mini pacchetti di cioccolato nel chiosco vicino alla scuola, per regalarli alle sue figlie durante le giornate festive. Si tratta di mini-porzioni di dieci grammi che costano cinque rupie (0,07 centesimi di euro) che si possono trovare in qualunque chiosco della città. Suo marito lavora in una cava estraendo pietre e lei insegna ogni mattina a bambine e bambini tra tre e sei anni. Non hanno lavagna, neppure i banchi e le sedie, si siedono tutti insieme per terra ascoltando Rekha dargli lezioni di hindi, matematica e inglese.

“La distribuzione del cioccolato arriva fino a qui. Nonostante ciò, le persone che vivono in questi quartieri poveri, come le famiglie di questi bambini e bambine, solo mangiano cioccolato durante occasioni speciali o festività. Non si tratta di un consumo quotidiano per quelli che debbano garantirsi un pasto giornaliero”, racconta Rajashree Nayak, della ong Arphen che gestisce la scuola dove insegna Rekha

 

Da sconosciuta a cibo di moda, così l’India è impazzita per la cioccolata

Il cioccolato è un piacere che non è accessibile a tutti però ha conquistato buona parte della società indiana. Il consumo pro capita ha accelerato negli ultimi cinque anni da 50 gr a quasi 120 gr. Se paragonato con i nove kg pro capita degli svizzeri è sempre una cifra bassa, anche se moltiplicata per i più di 1,2 miliardi di abitanti dell’India da come risultato il peso di quasi 30.000 elefanti asiatici. Una tendenza che non sembra destinata a cambiare, nel 2019 questo dato aumenterà del 60%, secondo gli analisti di mercato della impresa Mintel. Il consumo di cioccolato con sorprese al suo interno, diretto ai piú piccoli, è cresciuto con maggior rapidità nell’ultimo anno, con un incremento del 30%, secondo la società di analisi Euromonitor.

“Negli ultimi vent’anni con la globalizzazione, lo stile di vita degli indiani è cambiato e i salari sono aumentati”, racconta Pralhad Jogdand, sociologo dell’Università di Mumbai. “Cioccolato significa modernità, come vediamo nelle pubblicità dove le attrici di Bollywood sono i protagonisti”.

Nel rione turistico di Mumbai, Colaba, vanno di moda i chocolate bar o pasticcerie, dove amici e famiglie si riuniscono dopo i pasti per godersi dolci piaceri, come praline o i cookies. Come nella famosa pasticceria Theobroma, dove la maggior parte dei dolci sono fatti con cioccolato, opzione favorita dei palati indiani. La famosa cuoca indiana Kainaz Messman, proprietaria del locale, prepara torte e pan au chocolate di inspirazione francese ed a volte mescola il cioccolato anche con sapori locali come il cardamomo verde, lo zenzero ed altre spezie.

“Il cioccolato non è originario dell’India, prima si consumava solo in modo sporadico. La mia generazione è stata la prima ad averci libero accesso negli ultimi trent’anni”, dice la chef di 34 anni, “Ora il cioccolato sta sostituendo i dolci tipici locali come regalo durante tutte le festività”.

E non solo i consumatori sono stati contagiati dalla febbre del cioccolato. Perfino le divinità indù lo amano, come Lord Muruga. Più al sud di Mumbai, nella città di Allepey, si trova il tempio Thekkan Pazhani. Tanto la mattina come la sera i fedeli vanno ad omaggiare la divinità. Qui l’offerta più comune sono i pacchetti di cioccolato che i devoti comprano per cinque rupie in un chiosco situato all’entrata del tempio. Lì le confezioni lilla risaltano tra i colori delle collane di garofani gialli ed arancioni e quelle di semi usate per recitare le mantra.”Uno studente inizió questa tradizione nove anni fa” racconta Syam, un membro del tempio, mostrando alcuni pacchetti depositati davanti a Lord Muruga. Da quel momento il cioccolato è diventato l’offerta preferita dagli studenti e dalle studentesse per assicurarsi di superare gli esami con successo. Partendo dai più piccoli, come Anatha Krisnan di sei anni, fino agli universitari come Arya, aspirante ingegnera di vent’anni, tutti credono che questo dono possa aiutarli a prendere buoni voti. Per questo motivo, il giorno prima degli esami, vanno ad offrire i pacchetti di cioccolato a Lord Muruga ed a pregare, tra il fumo degli incensi ed il suono incessante dei mantra.

Perfino le divinità dell’Oceano Indiano guardano con occhi timorosi alle nubi che si stanno addensando dall’altra estremità del mondo, dove El Niño sta a punto di svegliarsi e mettere in pericolo il futuro del cacao. Un frutto che ha fatto innamorare gli indiani, che fa trattenere il respiro agli ecuadoriani e per il quale ogni giorno lottano Glicélia e la sua comunità Tupinambá.

*reportage realizzato con il contributo del Centro Europeo di Giornalismo, Fondazione Bill & Melinda Gates e Oxfam Italia

 

Cacao estinzione – Il Brasile riparte dopo il bioterrorismo

di Daniela Frechero e Monica Pelliccia
SERRA DO PADEIRO – Le foglie scricchiolano sotto i suoi piedi, Glicélia Jesus Da Silva, una leader del popolo indigeno Tupinambá, cammina a passo deciso per i sentieri che si insinuano tra gli alberi di cacao nella Serra do Padeiro, al sud di Bahia. Sono terre ancestrali protette da quelli che chiamano Incantati, gli spiriti degli antenati reincarnati in alberi centenari. E’ nata nel villaggio dove ha vissuto tutti i suoi trentatré anni di vita e lì lavora come professoressa nella scuola, al lato della casa dove vive con suo figlio Erú. Glicélia è anche la portavoce della sua comunità che si mantiene principalmente grazie alla vendita di cacao.

 

Cacao, dopo il bioterrorismo ora il Brasile cerca una via sostenibile

Questo frutto ha generato la fortuna dei grandi latifondisti della zona sud di Bahia e dure condizioni lavorative per i suoi coltivatori. Il Brasile era il secondo esportatore mondiale di cacao fino a quando un atto di bioterrorismo distrusse le coltivazioni. La colpa è stata della Vassoura de Bruxa, un fungo amazzonico introdotto nella regione a fine degli anni ’80. La polizia non ha potuto identificare i colpevoli di questo crimine che ha avuto un grande impatto a livello sociale, economico ed ambientale. L’80% delle piantagioni andarono perdute. Più di 250.000 lavoratori agricoli rimasero disoccupati ed emigrarono nelle città dove costruirono baraccopoli nella parte alta delle urbanizzazioni. “Alcuni figli del cacao ora vendono crack nelle favelas”, racconta Daniel Piotto, professore della Universidad Federal do Sul da Bahía.

Manuel Anastacio Leandro iniziò a quattordici anni a lavorare nelle piantagioni di cacao ed è stato una delle persone che persero il lavoro dopo l’arrivo della Vassoura de Bruxa. Con sua moglie e dieci figli emigrarono a Ilheus, città che era il centro economico del Sud di Bahia, dopo quarant’anni di lavoro nelle piantagioni. Oggi vive ancora lì, nel rione Teotônio Vilela, e nel suo giardino coltiva una pianta di cacao in ricordo del suo passato. Il cacao non lo marcò solo a livello lavorativo. Il suo corpo porta ancora i segni di una malattia della pelle, prodotta dagli agenti chimici e dagli erbicidi utilizzati nelle piantagioni.

Al giorno d’oggi, il Brasile produce cacao principalmente per soddisfare il suo consumo interno. Però come un araba fenice sta risorgendo dalle sue ceneri.

“Le crisi non sempre sono la fine del mondo. Oggi possiamo vedere il lato positivo della Vassoura“, spiega Gerson Marques, segretario esecutivo dell’Istituto Cabruca, organizzazione specializzata nella produzione di cacao nel Sud di Bahia. “Movimenti sociali, popoli indigeni e cooperative familiari hanno avuto l’opportunità di appropriarsi della produzione del cacao, comprando terre a prezzi molto economici o occupando quelle abbandonate dai latifondisti indebitati. Così ha avuto inizio l’era del cioccolato”.

Movimenti sociali come i Senza Terra hanno già lanciato il proprio cioccolato organico Terra Vista. Come la cooperativa di famiglie Embaúba che produce la marca di tavolette che porta il loro stesso nome. Senza capi o latifondisti che li controllino. Ora lavorano in maniera auto-organizzata prendendosi cura del cacao, dal frutto al cioccolato.

“Stiamo lavorando per emanciparci, prima la vendita del cacao passava solo attraverso gli intermediari”, racconta Isaac Oliveri Jesus, agricoltore del Movimento Senza Terra. “Oggi – ricorda – abbiamo creato un nostra industria. Vogliamo riappropriarci delle nostre radici, seguire la strada dei sogni”.

Un nuovo capitolo è iniziato anche per Glicélia e la sua comunità Tupinambá. Con l’arrivo della Vassoura de Bruxa hanno avuto l’opportunità di iniziare a recuperare le terre che i politici della regione gli avevano espropriato, agli inizi del secolo XX. Terre ricche di vegetazione esuberante con fiumi che la percorrono e abitate da animali come giaguari e cobra. Nel 2009 il governo ha delimitato i 47.376 ettari dei Tupinambá, tappa preliminare al riconoscimento della proprietà. Il cacao per questa comunità indigena è il pilastro economico e non ha mai smesso di essere il protagonista della loro storia.

“Abbiamo utilizzato i frutti di cacao come unica arma. Li abbiamo tirati contro la polizia quando venne a sgomberare il nostro villaggio con due elicotteri, centottanta poliziotti, trentatré veicoli accusandoci di nascondere armi. Questo fu solo uno degli attacchi che abbiamo sofferto per difendere le nostre terre”, racconta Glicélia, ricordando un episodio di sette anni fa, mentre porta le mani al ventre per proteggere il secondo figlio che sta crescendo dentro di lei. “Questo è il nostro posto”, conclude la leader indigena “da qui, con il nostro cacao, non ci porteranno via”.

reportage realizzato con il contributo del Centro Europeo di Giornalismo, Fondazione Bill & Melinda Gates e Oxfam Italia

 

Cacao estinzione: “Intermediari e speculatori, ecco i veri pericoli”

di Stefano Parola
TORINO – “L’aumento dei prezzi del cacao è anche legato all’ingresso in campo di speculatori importanti. In particolare, ci sono due hedge fund che stanno comprando buona parte della produzione e la stanno immettendo sul mercato poco alla volta”. Daniele Ferrero presiede e amministra la Venchi, nota impresa dolciaria che ha il suo stabilimento alle porte di Cuneo e che, anche grazie al cioccolato, chiuderà il 2015 con 55 milioni di fatturato e dà lavoro a 390 persone. Ovvio quindi che sia un attento osservatore del mercato delle materie prime.

Presidente Ferrero, il cacao scomparirà, come ipotizza qualcuno?

“Penso proprio di no, anzi credo sia una sorta di leggenda metropolitana che circola per favorire qualcuno. L’aumento dei prezzi sta spingendo molti coltivatori a tornare al cacao, che in alcune zone del mondo era stato abbandonato in favore di coltivazioni più remunerative. Dieci anni fa i prezzi erano infatti caduti a livelli insostenibili per le imprese agricole, che sono quasi tutte costituite da coltivatori diretti o da piccole cooperative. In paesi come il Ghana, la Costa d’Avorio, il Venezuela o l’Ecuador, molti contadini avevano scelto di abbandonare le campagne o di piantare yucca, caffè o comunque prodotti che consentissero loro di vivere”.

Quindi l’aumento del prezzo non è così negativo come sembra?

“Diciamo che fa parte di un riequilibrio che è salubre per il mercato a lungo termine, perché altrimenti molti agricoltori non sarebbero sopravvissuti”.

Quali sono le conseguenze sull’industria del cioccolato?

“I grandi player sostituiscono il cacao pregato con altri grassi vegetali o zucchero. Noi abbiamo invece scelto di fare l’esatto opposto: ci differenziamo proprio usando solo cacao pregiato”.

Il costo della materia prima si ripercuoterà anche sui clienti?

“Le aziende hanno tre modi per assorbire l’aumento dei costi del cacao: usare altri prodotti, assorbirlo tagliando altre spese interne, oppure far lievitare il prezzo finale”.

Le quotazioni del cacao scenderanno?

“Credo che ci sarà un aumento di coltivazioni in alcune aree del mondo. Il Brasile sta tornando al cacao dopo averlo sostituito con la canna da zucchero per etanolo, poi ci sono buoni segnali anche dall’Ecuador e dall’isola di Sao Tome. Nel medio-lungo periodo l’offerta verrà incrementata e ci sarà un riequilibrio dei prezzi”.

La chiave per il futuro sta nel creare accordi diretti con i piccoli coltivatori?

“Sì, ed è una strada che stiamo percorrendo anche noi. Abbiamo stretto un accordo con una coop ecuadoriana e presto faremo lo stesso con una realtà del Venezuela. Instauriamo con loro relazioni di lunghissimo termine e garantiamo loro l’assorbimento del 50% dei loro prodotti. In questo modo saltiamo tutti gli intermediari. Il risultato è che loro guadagnano tre volte tanto e noi paghiamo la materia prima non molto di più del solito”.

 

Sexy e goloso, indispensabile anche al cinema

di Maria Pia Fusco
ROMA – Interno cucina, notte. In primo piano un barattolone gigante di cioccolata in cui Michele Apicella, nudo, affonda il coltello e la spalma su fette di pane che divora vorace. A proposito del legame tra cinema e cioccolato non si può prescindere da Nanni Moretti e da Bianca, in cui, tramite il suo alter ego, emotivamente devastato, esalta il potere consolatorio e quasi terapeutico del dolce alimento. Il film è del 1986, ma il legame è antico, nasce e si sviluppa quasi in parallelo dai primi decenni del Novecento, quando il cinematografo, non più fenomeno da baraccone,è nelle sale delle città e, come nei foyer dei teatri, gli spettatori possono gustare dolciumi al cacao, finché qualcuno ha l’idea geniale: unire i due piaceri, cinema e palato, allegando ai cioccolatini le figurine di dive e divi famosi. Sono circa 4000 le figurine che le ditte dolciarie produssero fino agli anni Sessanta, quando prevalsero altri tipi di promozione e nelle sale popcorn conquistò il dominio assoluto e addio agli omini che negli intervalli arrivavano al grido di “gelati, mostaccioli, caramelle, cioccolata!”.

Il cioccolato intanto è arrivato sullo schermo, entrato nelle storie, prima come comparsa a coronamento di una cena elegante, poi protagonista, a cominciare dalla fabbrica. Tra i primi ad utilizzarla c’è Alfred Hitchcock che, in L’agente segreto, un film di spionaggio del 1936, gira una movimentata sequenza in cui i due protagonisti, John Gielgud e Peter Lorre, si aggirano in una fabbrica di cioccolato in cui si nascondono le spie tedesche. Nel tempo la fabbrica conserva il suo fascino e nel 2005 sollecita la visionarietà gotica di Tim Burton che ne La fabbrica del cioccolato conduce cinque bambini nella leggendaria fabbrica di Willy Wonka, un misterioso, folle personaggio che costringe i piccoli a capricciose e crudeli dimostrazioni di affetto. Il film è tratto dal capolavoro per ragazzi di Roald Dahl ed era già arrivato sullo schermo nel 1971, regista Mel Stuart, in una versione musicale e bonaria, con Gene Wilder, molto più rassicurante di Johnny Depp, il Willy Wonka di Tim Burton. Il quale Depp, nel ruolo di uno zingaro libero e felice, nel 2000 era già entrato nel mondo del cacao assaporando i cioccolatini speciali di Juliette Binoche in Chocolat di Lasse Hallstrom, un film sui pregiudizi di un paese della Normandia negli anni ’50, dove è visto come luogo del peccato il negozio della cioccolataia che non va messa e che si intrattiene con uomini sconosciuto.

Scandaloso il cioccolato di Binoche, ma più pericoloso quello di Isabelle Huppert che in Grazie per la cioccolata di Chabrol – film dello stesso anno – usa il cacao della sua fabbrica per bevande in cui somministra calmanti e sonniferi per scopi criminali.

Il cioccolato nelle sue diverse forme consola, seduce, uccide, unisce anime solitarie e spaventate dalla vita – come i protagonisti di Emotivi anonimi di Jean-Pierre Améris, il titolo è quello del gruppo di recupero dove i due si incontrano – salva il personaggio di Zero Mustafà e l’albergo dell’allegra terza età di Grand Budapest Hotel, ed è in grado di trasformare un uomo senza scrupoli, sciupafemmine, sfruttatore di operai, in una persona generosa, che accetta il diverso e scopre il piacere dell’onestà: accade in Lezioni di cioccolato del 2007 e nel sequel del 2011, in cui Luca Argentero segue un corso di cioccolataio e, grazie agli incontri, scopre la fantastica storia del cacao, si apre agli altri, diventa amico di un egiziano e vive l’amore. Due film, non a caso, ambientati a Perugia.

Se in Come l’acqua per il cioccolato di Alfonso Arau il riferimento è alla passione che lega i due protagonisti, forte e bollente come l’acqua che deve sciogliere il cacao, la metafora più audace e originale è quella di Fragola e cioccolato, ambientato a Cuba fine anni ’70, sulla difficile amicizia tra un giovane contadino, fervente comunista, e un raffinato intellettuale cattolico, omosessuale: radici diverse, gusti diversi – fragola per gay, cioccolato per macho – che in un gelato misto possono incontrarsi in armonia.

Anche Franco Brusati ne fa un uso politico-sociale: la sequenza di Nino Manfredi, emigrato in Svizzera, che per nutrirsi può permettersi solo Pane e cioccolata mentre vede i preziosi manicaretti che uomini, donne e bambini, tutti biondi e belli, mangiano in un picnic, è una rappresentazione perfetta delle distanze sociali.

Restando in Svizzera, passando per Vevey, la vetrina di una pasticceria è dominata da due gigantesche, buffe, scarpe nere di cioccolato, uguali a quelle indossate da Charlot che nella zona ha vissuto gran parte della sua vita. Forse ha ragione Tom Hanks nel film di Zemeckis Forrest Gump che, seduto sulla panchina, racconta la sua vita e quella degli Stati Uniti e dice:

“La vita è come una scatola di cioccolatini”. Una sorpresa tutta da scartare sullo schermo e fuori.

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