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Universi paralleli: sono oltre i buchi neri, la teoria di Stephen Hawking


Universi paralleli: Stephen Hawking durante una conferenza al KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma ha fatto un’affermazione rivoluzionaria sui buchi neri.

“se finite in un buco nero, non datevi per vinti. Un’uscita c’è”.

A qualcuno avranno fatto l’effetto di parole di speranza, quelle pronunciate da Stephen Hawking di fronte a mille svedesi accorsi a sentirlo due giorni fa a Stoccolma in un teatro pubblico. Anche perché, pochi metri più in là, sullo stesso piccolo pianeta di un piccolo sistema solare ai margini di una galassia chiamata Via Lattea, un gruppo di cosmologi riuniti a congresso discuteva dello stesso tema: cioè di che cosa sono fatti i corpi celesti più strani dell’Universo e come si possono spiegare superando un vecchio paradosso della fisica moderna.

Universi paralleli l’accesso dai buchi neri:

I buchi neri sono stelle collassate sotto il peso della propria gravità. Per la relatività generale, cioè per la fisica elaborata da Einstein all’inizio del secolo scorso, lì il campo gravitazionale è così forte che qualsiasi cosa ci caschi dentro non riesce più a uscirne. Nemmeno la luce. Per questo si dice che il buco è “nero”. E per questo Hawking, sfidando Einstein, ha concluso la sua conferenza dicendo ironicamente che, invece, dobbiamo cominciare a pensare che

“i buchi neri non siano così neri come sono sempre stati dipinti”.

Cioè per molti scienziati ormai i buchi neri non sono più quei pozzi senza fondo pronti a inghiottire qualsiasi cosa si avvicini. Anzi:

“forse se ne può persino uscire dall’altra parte”, ha detto il cosmologo britannico.

La chiave di tutto è nel destino dell’informazione su quello che ci è finito dentro. Per decenni infatti Hawking e colleghi hanno sbattuto la testa sull’impossibilità di conciliare la definizione di buco nero della relatività generale (quella di cui sopra, del buco “nero”, appunto) con i capisaldi della fisica e in particolare con l’altra metà del cielo della fisica moderna, cioè la meccanica quantistica. Questa si occupa delle cose molto piccole che compongono la materia, cioè delle particelle, e funziona tanto bene in questo ambito quanto la relatività generale con le cose molto grandi. Però quando si cerca di metterle insieme, per esempio per spiegare che cosa succeda agli oggetti, che sono fatti di particelle, quando vengono inghiottiti da un buco nero, saltano fuori pesanti problemi. Per la relatività generale tutto si perde all’interno del buco nero, e non si sa dove vada a finire.

Ma per la meccanica quantistica, e per la fisica in generale, non è possibile che si perdano le informazioni. E il paradosso è aperto.
Hawking ha a lungo sostenuto che il buco nero è “nero” davvero: mangia tutto e alla fine emette una radiazione indistinta, una specie di grande “burp” da cui è impossibile risalire alla composizione dei suoi pasti. Tutto perso, e finito dove chissà. Poi ha cominciato ad ammorbidire la sua idea e dieci anni fa ha dichiarato aver trovato un modo di salvare l’informazione. Così, pian piano, sta rivelato i dettagli della sua nuova teoria, di cui l’ultimo è quello emerso due giorni fa.

L’informazione, ha spiegato a grandi linee, resterebbe aggrappata ai margini del buco nero, al di qua del cosiddetto “orizzonte degli eventi”, per poi “stamparsi” sulla sua radiazione.

A onor del vero, l’idea di Hawking non è considerata così rivoluzionaria dai cosmologi. Anzi: esistono molte teorie che si muovono in direzioni simili, e che, a differenza di quella annunciata da Hawking, sono già state messe nero su bianco sulle riviste scientifiche. E poi tutto questo, per adesso, è anche molto, molto difficile da mettere alla prova degli strumenti e degli esperimenti di noi terrestri. Perciò oggi possiamo solo sognare di cadere in un buco nero senza farci del male ed accedere ad possibili Universi paralleli. O meglio immaginarcelo da qua, da questo piccolo pianeta di un piccolo sistema solare ai margini di una galassia chiamata Via Lattea

di Silvia Bencivelli

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