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Giugno 6, 2018
Solo Diving

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Quando si parla di solo diving si fa riferimento alla pratica di eseguire immersioni da soli, senza compagni. Si tratta di un’attività che viene svolta, tra l’altro, dai fotografi, dai biologi che si occupano di ricerche sotto il livello del mare e dai sub professionali che lavorano nei cantieri sottomarini. Negli ultimi tempi si sono avvicinati a questa pratica anche i sub ricreativi, che trovano nella solitudine un maggiore relax e sensazioni più appaganti. Come ci spiega l’associazione Life Academy che propone corsi di sub ad Udine, sono sempre di più le agenzie che garantiscono una formazione ad hoc in proposito.

Come si può intuire, nel momento in cui ci si immerge con un compagno si può contare su standard di sicurezza più elevati: è come avere a disposizione un erogatore in più e una bombola in più. È per questo motivo che chi sceglie di eseguire il solo diving non può fare a meno di una attrezzatura ridondante, come avviene – per esempio – nella subacquea tecnica e in quella speleologica, che hanno rappresentato a tutti gli effetti i primi esempi di solo diving. Il sistema sidemount è un modello di ridondanza, ma lo stesso discorso deve essere applicato anche al sistema di galleggiamento, al sistema di segnalazione, agli strumenti di taglio e alle maschere.

Un solo driver si deve preoccupare di pianificare le proprie immersioni con la massima attenzione e nel modo più preciso possibile, prevedendo ampi margini di intervento in caso di imprevisti. L’espressione inglese che identifica questo atteggiamento è “plan the dive and dive the plan”. Ovviamente immergersi da soli non vuol dire escludere la presenza di altre persone in superficie: anzi, per il solo diving è molto importante la disponibilità di un supporto logistico in più.

I corsi di immersione in solitaria permettono di imparare a padroneggiare tutte le competenze e tutte le abilità di cui si ha bisogno per dedicarsi a questo impegno. Il consiglio è quello di cominciare con profondità ridotte, per esempio non oltre i 5 metri, per poi aumentarle in maniera progressiva, con il passare del tempo. Mai bruciare le tappe, perché un’attività in apparenza banale si può trasformare in una situazione di emergenza, o comunque foriera di pericoli. La formazione deve essere idonea, effettuata con corsi propedeutici e poi corsi tecnici. Il PADI self reliant diver ne è un esempio: ciò che conta è usufruire di una preparazione tecnica di base affidabile sia dal punto di vista del galleggiamento che per l’assetto.